È reato la registrazione da parte del padre di telefonate tra la madre e i figli minori a lui affidati

(Cassazione penale, sez. V, sentenza 3.10.2014 n. 41192)

Il diritto/dovere di vigilare sulle comunicazioni del minore da parte del genitore non giustifica indiscriminatamente qualsiasi illecita intrusione nella sfera di riservatezza del primo (espressamente riconosciutagli dall’art. 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York il 20 novembre 1989 e ratificata dallo Stato italiano con legge 27 maggio 1991, n. 176), ma solo quelle interferenze che siano determinate da una effettiva necessità, da valutare secondo le concrete circostanze del caso e comunque nell’ottica della tutela dell’interesse preminente del minore e non già di quello del genitore”.

Nell’affermare tale principio di diritto, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso presentato da un padre contro la sentenza della Corte d’Appello di Ancona che lo aveva condannato per il reato di cui all’art. 617 c.p. (cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche e telefoniche) avendo egli registrato le comunicazioni telefoniche intercorse tra la moglie separata e i propri figli minori a lui affidati.

Con il primo motivo il ricorrente ha dedotto il difetto di tipicità del fatto, per la mancanza di uno degli elementi costitutivi del reato, dal momento che, secondo lui, i figli minori non possono essere considerati alla stessa maniera di “altre persone” come richiesto dalla fattispecie incriminatrice, bensì come soggetti sottoposti alla vigilanza e al controllo intrinseco nella potestà genitoriale, non potendo addurre perciò la riservatezza delle proprie comunicazioni.

La Corte ha disapprovato fermamente detto argomento, precisando in primo luogo che il requisito espresso di tipicità del fatto è essenzialmente che la comunicazione o conversazione intervenga tra persone diverse dall’agente, come nel caso di specie. I figli, infatti, ancorché minori, sono soggetti “altri” rispetto al genitore e l’eventuale rilevanza degli obblighi di vigilanza può eventualmente dispiegarsi nel momento in cui sia necessario valutare l’effettiva antigiuridicità del fatto, fermo restando che, in ogni caso, detti obblighi non possono comportare alcun tipo di immedesimazione tra padre e figlio.

Priva di rilievo appare poi la circostanza, che secondo il padre escluderebbe il carattere fraudolento della condotta, che il ricorrente avrebbe avvisato l’ex consorte della propria intenzione futura di registrare le sue telefonate con i figli. Infatti, la Suprema Corte sottolinea che il carattere della fraudolenza, nel senso accolto dall’art. 617 c.p., caratterizza l’elemento oggettivo del reato e non già quello psicologico, dato che ciò che la norma punisce è la presa di cognizione di conversazioni realizzata con mezzi che ne assicurino la clandestinità. In altre parole, il fatto che la madre fosse a conoscenza dell’intenzione dell’ex marito di registrare le telefonate non equivale alla cognizione dell’attualità dell’interferenza nel momento in cui questa viene posta in essere, unica circostanza che, in ipotesi, avrebbe potuto far venir meno la fraudolenza della condotta.

Il ricorrente ha lamentato, inoltre, che il Giudice di merito avrebbe errato nell’escludere l’operatività dell’invocata esimente di cui all’art. 51 c.p., in base alla considerazione che l’imputato aveva già concordato con i servizi sociali l’intercettazione delle conversazioni tra la madre e i propri figli.

Ciò nonostante, la Corte ha chiarito che la scriminante di cui all’art. 51 c.p. può esser applicata solamente nelle ipotesi in cui ci sia stata l’effettiva necessità di adempiere il dovere o di esercitare il diritto: nel caso in esame non ricorreva alcuna necessità e l’agente ha illegittimamente superato i limiti relativi alla situazione soggettiva che ha richiamato a giustificazione della propria condotta.

Una volta spiegato il senso e i confini del potere di vigilanza che grava sul genitore nei confronti del minore, soggetto “altro” e titolare di un autonomo diritto alla riservatezza, come stabilito espressamente dalla Convenzione sui diritti del fanciullo di New York, la Suprema Corte ha precisato che nel caso in esame non è in discussione l’astratta configurabilità di un diritto/dovere dei genitori di vigilanza sulle conversazioni dei figli per finalità educative e di protezione della prole, quanto piuttosto “la funzionalità dell’interferenza nella riservatezza dello stesso minore al perseguimento delle finalità per cui il potere è conferito”.

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