Facciamo la differenza!

 

Rispondiamo alle domande pervenute  e 

facciamo la differenza!

1. Il RICORSO CUMULATIVO da noi proposto ha per soggetti attivi I SINGOLI GENITORI, come persone interessate a contrastare le Circolari Ministeriali, rese in tema di obbligo vaccinale, sotto ogni profilo e aspetto, anche laddove queste ledano personali diritti e singoli interessi. Nel ricorso Codacons ovvero in qualsiasi ricorso proposto da associazioni (enti riconosciuti dalla legge e portatori d’interessi collettivi, non di diritti individuali) soggetto attivo-ricorrente figura l’associazione con il proprio legale rappresentante. I genitori in questo caso risultano aderenti, secondo le modalità che stabilirà l’associazione, all’iniziativa giudiziaria, ma non figurano nominativamente nell’atto di ricorso.

2. Essendo le associazioni portatrici di interessi collettivi, queste impugneranno le Circolari per obbiettivi diversi da quelli da noi proposti. Infatti, come anzidetto le associazioni dovranno cercare principalmente ragioni di ricorso che abbiano valenza per tutti i loro associati-consumatori.

3. Quanto anzidetto, oltre a qualificare in maniera nettamente diversa la nostra azione rispetto a quella di qualsiasi associazione, richiede un’organizzazione interna e tempi più stringenti. Basti pensare che sarà necessario per noi raccogliere sul territorio nazionale i mandati e contattare tutti personalmente per gli adempimenti privacy e per la raccolta dei dati, nonché per verificare insieme la sussistenza dei requisiti ad agire. I genitori aderenti al ricorso da noi proposto non ricoprono la veste di consumatori e non si tratta di una mera estensione, via e-mail, di adesioni su modelli predisposti come sta accadendo per le associazioni, benché la nostra tipologia organizzativa ci consenta tale azione, senza aggravi di costi.

4. I costi e le spese del ricorso verranno da noi quantificati una volta realizzato il numero totale degli aderenti e, ad ogni modo, ogni onere sarà diviso per detto numero e avrà di mira, come è nostra missione, lo sviluppo di un’azione di rilevanza e importanza sociale e collettiva, con ciò travalicando ogni interesse per noi di natura retributiva. Nel prossimo nostro contatto telefonico gli aderenti riceveranno tutte le informazioni utili e necessarie per decidere.

 

Intendiamo con tale ulteriore informativa, rivolta ai genitori, migliorare la comprensione della nostra proposta di azione legale, mantenendo il riserbo sul contenuto del ricorso per ovvi e comprensibili motivi, contenuto che verrà comunque reso noto per intero agli aderenti prima della sottoscrizione.

Non ci è possibile, al di fuori dei contatti già pervenutici, per questioni deontologiche e per evitare di essere “ostacolati”, dare diffusione indiscriminata a quanto qui specificato, intendendo con ciò rispettare le ferree norme, imposte agli avvocati, in tema di pubblicità.

Continuiamo ad esserci!

Considerazioni sull’ordinanza del 19.10.2017 del TAR Lazio – Sezione Distaccata di Latina

Preso atto dell’ordinanza resa il 19.10.2017 dal TAR Lazio – Sezione Distaccata di Latina, fonte di un diffuso scontento, intendiamo svolgere alcune osservazioni critiche, anche al fine di fare un po’ di chiarezza su quanto pubblicato dai media.

Premettiamo che trattasi di un’ordinanza che riguarda la richiesta di sospensiva, qui negata, non di una decisione in merito al ricorso. Detto provvedimento non è comunque definitivo, non essendo ancora, ad oggi, decorsi i termini per impugnarlo.

Il ricorso da cui prende origine la suddetta ordinanza ha ad oggetto l’impugnazione del provvedimento di diniego di accesso di un minore a un istituto scolastico laziale, nonché l’impugnazione, nello stesso atto di ricorso, delle Circolari Ministeriali in materia di obbligo vaccinale arcinote.

Non abbiamo a disposizione il ricorso ovviamente, ma solo il testo dell’ordinanza che di seguito, per trasparenza, alleghiamo e che è facilmente ricavabile e pubblicata su sito istituzionale (Fonte: www.giustiziaamministrativa.it).

In merito all’ordinanza in questione riscontriamo che questa ha ritenuto non sussistente IL DANNO GRAVE E IRREPARABILE lamentato dai genitori del minore in questione (cioè l’impossibilità di accedere al servizio scolastico dell’infanzia), in quanto, a parere del Collegio giudicante, lo stesso danno è o sarebbe eliminabile semplicemente adempiendo agli obblighi vaccinali previsti per legge.

Si precisa che proprio in sede di sospensiva il TAR deve in particolar modo valutare il danno grave e irreparabile, che il ricorrente potrebbe subire se non venisse annullato il provvedimento o in attesa di avere pronuncia sul merito.

Non bisogna essere degli esperti per capire che la menzionata motivazione di rigetto del ricorso da parte del TAR è erronea. Infatti, nell’ordinanza il TAR afferma in sostanza che l’irreparabilità del danno lamentato dal ricorrente in sede di sospensiva (cioè l’impossibilità di accedere al servizio scolastico) può essere eliminato (e quindi non sarebbe irreparabile) semplicemente adempiendo agli obblighi vaccinali previsti dalla legge: quindi, secondo il TAR, il danno irreparabile dipende dal ricorrente che non ha adempiuto e non dipenderebbe dal provvedimento impugnato! Si tenga altresì conto che il Tribunale in questione si è peraltro unicamente concentrato nel valutare il requisito dell’irreparabilità del danno, trascurando altri requisiti del medesimo.

L’aver citato nelle proprie motivazioni il parere del Consiglio di Stato del 26.9.2017 rileva, invece, solo per giustificare l’immediata applicazione del decreto legge vaccini, cioè a decorrenza immediata e non posticipata come originariamente stabilita.

Infine, il TAR in questione ha rinviato per competenza la trattazione del merito del ricorso al TAR Lazio, composto, non dimentichiamoci, da ben 12 sezioni!

 

Quanto qui osservato non è esaustivo di tutte le considerazioni e valutazioni svolte dal nostro gruppo di studio sul provvedimento in questione, ritenendo corretto, per motivi professionali, non approfondire ulteriormente aspetti giuridici, per non anticipare contenuti di azioni che sono in itinere.

Quasi flagranza, ecco quando è consentito l’arresto

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione con la Sentenza del 21 settembre 2016, n. 39131, hanno stabilito che la privazione del diritto fondamentale della libertà personale, nel caso di arresto in quasi flagranza, può essere giustificata solo se vi è la diretta percezione della condotta del reo da parte di colui che procede all’inseguimento e al conseguente arresto.

L’art. 382 c.p.p. prende in esame due ipotesi di flagranza di reato: la flagranza vera e propria, che si ha qualora taluno venga colto nell’atto di commettere il reato, e la c.d. “quasi-flagranza”, che ricorre quando chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla polizia giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone, ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima.

La fattispecie prende in considerazione il caso dello stato di flagranza costituito dall’inseguimento dell’autore del reato: secondo un primo orientamento, non sussiste la condizione di quasi flagranza qualora l’inseguimento dell’indagato da parte della polizia giudiziaria sia stato iniziato, non già a seguito e a causa della diretta percezione dei fatti da parte della polizia medesima, ma per effetto e solo dopo l’acquisizione di informazioni da parte di terzi. Questo in quanto la provvisoria privazione della libertà personale, ad iniziativa della polizia giudiziaria, che avvenga in carenza di un provvedimento motivato da parte dell’autorità giudiziaria, è un istituto di carattere eccezionale e le previsioni del codice di rito che disciplinano l’arresto sono da considerare come di stretta interpretazione.

Un opposto orientamento afferma invece che possa ravvisarsi flagranza di reato qualora subito dopo la commissione del fatto, la polizia giudiziaria prontamente intervenga, assuma le informazioni del caso dalla persona offesa o da testimoni presenti al fatto e immediatamente si ponga all’inseguimento dell’autore del reato, pervenendo al suo arresto, in quanto l’essenza del concetto di flagranza o “quasi flagranza” risiede nella relazione di continuità tra la commissione del delitto e la reazione diretta ad arrestarne l’autore.

Sebbene tale ultima impostazione risponda all’esigenza di assicurare la pronta reazione istituzionale alla repressione dei reati, le Sezioni Unite accolgono l’orientamento contrario, ossia che l’inseguimento “fisico” che da origine alla quasi flagranza, origina subito dopo il reato, sicché l’inseguitore deve necessariamente avere percezione personale, in tutto o in parte, del comportamento criminale del reo nella sua attualità. Conseguentemente tale inseguimento non può essere equiparato a quello in cui la polizia giudiziaria, che sia stata informata dalla persona offesa o da terzi, circa la commissione di un reato da parte di taluno, si metta sulle tracce di quest’ultimo a distanza di tempo.

Ruba nottetempo in un ristorante: quale pena applicare?

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione sono state chiamate a esaminare un caso, nel quale la Corte di Appello aveva confermato la pronunzia di primo grado, con la quale un imputato veniva condannato per il reato di cui all’624 bis comma 3 c.p., perché aggravato ai sensi dell’art. 625 comma 1, n. 2) c.p.

Avverso tale decisione aveva proposto ricorso il difensore dell’imputato in relazione all’art. 624 bis c.p. e al concetto, a cui si riferisce tale norma, di “luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora”. In particolare il ricorrente censura la decisione della Corte territoriale nella parte in cui ha ritenuto che possa essere considerato luogo di “privata dimora” un ristorante e ancor più laddove è stato considerato “luogo di privata dimora” un esercizio commerciale durante l’orario di chiusura.

Nel ricorso proposto veniva contestata, da un lato la configurabilità del ristorante come “privata dimora”, e dall’altro che ciò possa ritenersi durante l’orario di chiusura e dopo essersi accertato che nessuno fosse presente nel locale. Da ciò doveva escludersi che, al momento del furto, nell’esercizio commerciale si stessero concretamente svolgendo “atti della vita privata”.

I motivi di impugnazione hanno imposto una riflessione di carattere generale sulla nozione di “privata dimora”, accolta dalla giurisprudenza nelle diverse fattispecie del codice penale e processuale penale, nelle quali essa viene in considerazione. L’interpretazione della nozione di “privata dimora”, come rilevante ai fini dell’integrazione del reato di cui all’art. 624 bis c.p., ossia il riferimento a “luoghi destinati in tutto o in parte a privata dimora”, ha registrato un radicato e consistente contrasto.

Sul tema, la giurisprudenza ha inteso che prevalga l’orientamento interpretativo secondo cui per “luogo di privata dimora” possa intendersi pure ogni luogo che serva all’esplicazione di attività culturali, professionali e politiche, ovvero nel quale le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della vita privata. Un diverso orientamento ha affermato, invece, che fosse criterio discretivo la considerazione della pubblica accessibilità del luogo, reputata incompatibile con la nozione di privata dimora e sul punto la Sezione V remittente avanti le SS.UU. evidenzia che il criterio della libera e pubblica accessibilità risulta adottato, non senza contrasti, anche dalla giurisprudenza formatasi sul reato della rapina aggravata ai sensi  dell’art. 628, comma 3, n. 3 bis) c.p. che richiama i luoghi di cui all’art. 624 bis c.p..

In merito è stato precisato che costituisce “luogo di privata dimora” ogni ambiente in cui le persone autorizzate a soggiornarvi siano titolari di un diritto alla riservatezza, consentendo lo svolgimento di atti di vita privata; mentre maggiori problemi interpretativi si pongono per quei luoghi nei quali si svolge un’attività lavorativa e che, per le caratteristiche della stessa attività posta in essere, siano accessibili anche a un numero indeterminato di persone.Secondo un primo orientamento giurisprudenziale la presenza o meno di persone non può costituire una ragione per escludere o includere un luogo tra quelli di privata dimora, qualora esso rientri, per le sue caratteristiche intrinseche, tra quelli nei quali, anche solo parzialmente e non continuativamente, la persona svolga atti della propria vita privata o la propria attività lavorativa. Così si è affermato che rientra nella nozione di “luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora” qualsiasi luogo nel quale le persone si trattengano per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata, compreso un esercizio commerciale in orario di chiusura.

Secondo un altro orientamento interpretativo, i luoghi di svolgimento di attività lavorativa vanno considerati di privata dimora solo se, al momento della commissione della fattispecie di reato, possa essere concretamente prefigurata la presenza di un intento, anche in via occasionale, alla predetta attività. Alla luce di quanto è stato indispensabile un intervento delle Sezioni Unite sul tema dell’interpretazione dell’art. 624 bis c.p., necessario anche per superare i contrasti.

OBBLIGO VACCINALE E LIBERA SCELTA

Approfondimenti sul tema

Corruzione tra privati: le nuove disposizioni in Gazzetta

(D. Lgs. del 15.3.2017 n. 38)

Il 15 marzo 2017 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legislativo n. 38 recante “Attuazione della decisione quadro 2003/568/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa alla lotta contro la corruzione nel settore privato”.

Le novità introdotte  sono la riformulazione del delitto di corruzione tra privati di cui all’art. 2635 c.c., l’introduzione della nuova fattispecie di istigazione alla corruzione tra privati (ex art. 2635 bis c.c.), la previsione di pene accessorie per ambedue le fattispecie e la modifica delle sanzioni di cui al D.Lgs. n. 231/2001 in tema di responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato.

La nuova formulazione della fattispecie prevista dall’art. 2635 c.c. è la seguente:
1. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori, di società o enti privati che, anche per interposta persona, sollecitano o ricevono, per se’ o per altri, denaro o altra utilità non dovuti, o ne accettano la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni. Si applica la stessa pena se il fatto è commesso da chi nell’ambito organizzativo della società o dell’ente privato esercita funzioni direttive diverse da quelle proprie dei soggetti di cui al precedente periodo.
2. Si applica la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati al primo comma.
3. Chi, anche per interposta persona, offre, promette o dà denaro o altra utilità non dovuti alle persone indicate nel primo e nel secondo comma, è punito con le pene ivi previste.
4. Le pene stabilite nei commi precedenti sono raddoppiate se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.
5. Si procede a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi.
6. Fermo quanto previsto dall’articolo 2641, la misura della confisca per valore equivalente non può essere inferiore al valore delle utilità date, promesse o offerte.

Rispetto alla previsione attuale resta invariato il trattamento sanzionatorio, ma cambia la condotta tipica del reato, ossia nella fattispecie attualmente vigente, “a seguito di dazione o promessa di denaro o altra utilità per sè o per altri, è punito il compimento o l’omissione di atti, in violazione degli obblighi inerenti l’ufficio o degli obblighi di fedeltà, con conseguente danno per la società”, mentre nella nuova fattispecie, “la condotta consiste nel sollecitare o ricevere, anche per interposta persona, per se’ o per altri, denaro o altra utilità non dovuti, o accettarne la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà”. Quest’ultima sembra essere costruita come un reato di mera condotta, senza cioè la previsione di un evento di danno.

Per quanto riguarda il delitto di istigazione alla corruzione tra privati, il nuovo art. 2635 bis c.c. introduce una fattispecie, anch’essa procedibile a querela di parte, che si articola in due ipotesi: il comma 1offerta o promessa di denaro o altra utilità non dovuti ai soggetti apicali o aventi funzione direttive in società o enti privati finalizzata al compimento o alla omissione di un atto in violazione degli obblighi inerenti all’ufficio o degli obblighi di fedeltà, quando la l’offerta o la promessa non sia accettata” e il comma 2sollecitare per se’ o per altri, anche per interposta persona, una promessa o dazione di denaro o di altra utilità, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà, qualora la sollecitazione non sia accettata”.

In ambedue i casi si applicano le pene previste per la corruzione tra privati, ridotte di un terzo.

Il nuovo art. 2635-ter c.c. prevede, in caso di condanna per il reato di corruzione tra privati, l’interdizione temporanea dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese nei confronti di chi abbia già riportato una precedente condanna per il medesimo reato o per l’istigazione di cui all’art. 2635 bis, comma 2, c.c..

Sono infine previste modifiche al D.Lgs. 231/2001 in tema di responsabilità degli enti per illeciti da reato. Per il delitto di corruzione tra privati, nei casi previsti dal terzo comma dell’art. 2635 c.c., si applica la sanzione pecuniaria da 400 a 600 quote (anziché da 200 a 400), mentre per l’istigazione alla corruzione da 200 a 400 quote.

Alla sanzione pecuniaria si sommano le sanzioni interdittive di cui all’art. 9 del D.Lgs. 231/2001 che, ricordiamo, sono le seguenti:

  • interdizione dall’esercizio dell’attività;
  • sospensione o revoca di autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito;
  • divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio;
  • esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e eventuale revoca di quelli già concessi;
  • divieto di pubblicizzare beni o servizi.

Rubare nel camper non integra il furto in abitazione

(Cassazione penale, sez. V, sentenza 14/09/2016 n° 38236)

La sentenza della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione del 15 settembre 2016, n. 38236, ha statuito che il camper costituisce luogo di privata dimora, essendo destinato, per natura, all’uso abitativo, dovendosi tuttavia accertarne l’uso concreto da parte della persona offesa.

Il caso esaminato dalla Corte vedeva una coppia di turisti tedeschi, in vacanza in Italia con il proprio camper, essere derubati di uno zaino collocato proprio all’interno di tale mezzo.

Il responsabile era stato condannato per il reato di furto in abitazione, ex art. 624 bis c.p., e, avverso tale pronuncia, aveva proposto ricorso per Cassazione, affermando come il camper non potesse considerarsi luogo di privata dimora, in quanto parcheggiato in una pubblica via, e lamentando la sussistenza dell’aggravante dell’esposizione delle cose alla pubblica fede con riferimento alla sottrazione di uno zaino.

Secondo costante orientamento giurisprudenziale, in tema di furto in abitazione, luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora è qualsiasi luogo nel quale le persone si trattengono per compiere, anche in modo transitorio e contingente, atti della loro vita privata, stante l’esigenza di apprestare una maggiore tutela alla sfera privata dell’individuo in tutti i luoghi dove si svolge la sua personalità, quindi anche in quelli, diversi dall’abitazione, perché destinati in modo transitorio e contingente allo svolgimento di attività che attengono alla libertà domestica.

Anche il camper costituisce luogo di privata dimora per la naturale destinazione all’uso abitativo quale “casa mobile”, nella quale si espletano attività della vita privata.

A ben vedere, però, il camper non può essere considerato luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora solo in virtù della sua strutturale idoneità a svolgere una funzione abitativa, in aggiunta alla sua caratteristica di mezzo di locomozione su ruote, occorrendo, piuttosto accertare che, in concreto, in esso siano state espletate attività tipiche della vita privata, diverse dalla mera utilizzazione come mezzo di locomozione.

In tema di furto, l’aggravante della esposizione alla pubblica fede è configurabile anche quando la cosa si trova in un luogo privato, sempre che si tratti di luogo aperto al pubblico o comunque facilmente accessibile. Sul punto, il furto di oggetti che si trovano all’interno di una autovettura parcheggiata sulla pubblica via deve essere considerato aggravato quando si tratti di oggetti che costituiscono parte integrante del veicolo; qualora, invece, il furto concerni oggetti solo temporaneamente lasciati nell’auto, ai fini della sussistenza dell’aggravante deve ricorrere una situazione contingente di necessità, tale da indurre il possessore a confidare nella buona fede dei consociati. Occorre che il giudice dia conto delle speciali ragioni che hanno reso necessitata la custodia della cosa all’interno del veicolo.

Nella fattispecie, secondo i giudici della Corte di Cassazione, pertanto, la sentenza impugnata risulta essere carente in motivazione sia in merito alla sussistenza della fattispecie di furto in abitazione, in quanto i giudici territoriali avevano omesso di accertare il concreto utilizzo del mezzo, sia in merito alla ritenuta sussistenza dell’aggravante della esposizione della cosa alla pubblica fede, in quanto non è stato accertato se lo zaino rubato facesse parte integrante del veicolo.

 

Vaccini: obbligo o libertà?

vaccini

Libertà sui vaccini

http://iltirreno.gelocal.it/livorno/cronaca/2017/01/29/news/liberta-sui-vaccini-e-nato-il-comitato-1.14793524